P!nk: Talento schizofrenico non sempre a fuoco (di Fabio Fiume)

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Dopo l’enorme successo del secondo album “Missundaztood”, P!nk, al secolo Alecia Beth Moore, aveva sempre un po’ deluso le aspettative. Non che non abbia avuto altri lusinghieri successi, s’intenda, ma essi sono sempre stati più relativi ai singoli, brani che ottenevano i favori delle radio perchè orecchiabili e quelli del pubblico sia perchè bombardati da esse, ma anche grazie a video sempre ben curati, con piglio cinematografico, talvolta irriverenti e simpatici. Ma gli album faticavano assai, cosa che applicata poi al nostro già risicato mercato, nel suo caso meritava più di una sottolineatura.

Eppure a distanza di dieci anni e più da quel disco che invece era di buon livello tutto, è arrivato “The truth about love” e per la sempre simpatica ed irriverente P!nk sembra che il vento abbia cambiato direzione. Che un suo album resistesse 3 mesi tra i primi 30 nel nostro paese, passando indenne un periodo di grande offerta come quello natalizio, ci ha creato non poco stupore. Così dopo aver tentennato non poco se acquistarlo o meno, ci siamo convinti a concedere una nuova possibilità, favorita oltremodo da due singoli che, manco a dirlo, definire buoni è andarci col freno a mano tirato. I primi brani ( due sono i singoli “Blow me” e “Try” ) sono tutti decisamente buoni, con la punta dell’ottimo che ci verrebbe da attribuire non solo all’attuale singolo “Try”, ma anche al brano di apertura “Are we all we are”, energico, con la batteria ad incalzare, la voce ad inseguire e le linee di basso che nell’inciso ricordano molto da vicino quelli powerpop degli Skunk Anansie. Adattissima all’intreccio la voce Nate Ruess, leader della band rivelazione dei Fun., che ivi duetta “Just give me a reason”, che non avrebbe sfigurato nemmeno nell’osannato ed attuale “Some nights” della band.  In “True love” interviene nei backing vocals anche Lily Allen, che negli ultimi anni ha messo in stand by la sua carriera per fare figli ( ben quattro gravidanze in tre anni, di cui però due non portate a termine ), ma l’impronta nel pezzo è fortissima. La title-track poggia su di un inciso decisamente sixties, con un arrangiamento vocale ipnotico in doppia tonalità, che però non scosta la sensazione di somiglianza con alcune cose dei prima osannati e poi derisi Ting Tings. Anche il primo singolo, “Blow me”, richiama per arrangiamento vocale un’altra cantante che a metà degli anni 2000 fece il botto, soprattutto in Uk, ovvero Natasha Bedingfield, da cui arrivano gli echi di quell’esposizione vocale, in rafforzo dell’inciso, esasperata e probabilmente poco gestibile in un live da due ore e lasciata quindi a brave coriste. Energica ma troppo solita per il suo repertorio è  “Walk of shame”, mentre il brano “Here comes the weekend”, potenzialmente un singolo, vede quasi come un corpo estraneo l’intervento di Eminem; parlandone proprio in termini di registrazione, la sua voce sembra palesemente aggiunta in secondo momento, cosa probabile nella realtà, ma nascondibile in fase di missaggio. Nei brani lenti come “The great escape” o “Beam me up”, la vena romantica della nostra, veste di colore la bellezza della sua voce spezzata, donandole una verve emozionale non comunissima. “The truth about love” è in conclusione  un album senz’altro di livello nel mondo del mainstream, anche se non lascia cadere completamente le accuse, che vedono P!nk colpevole di esser sempre più centrata ed a fuoco nei singoli, che in un progetto completo. Insomma, anche qui belle come “Try”….

Sette=

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