Bruno Mars e quel jukebox da sottofondo. di Fabio Fiume


Uno degli astri più luminosi dell’attuale pop americano è sicuramente Bruno Mars dalle Hawaii; uno che ha saputo distinguersi per la pazienza messa prima di approdare on stage, lavorando dietro le quinte, come autore, musicista e poi in diversi feauturing e collaborazioni, raggranellando passo dopo passo quella popolarità che ha reso il suo disco d’esordio “Doo-hop and hooligans”, atteso come compete alle grandi stars. A distanza di due anni da quel pluripremiato disco, Mars torna con “Unorthodox jukebox”, un secondo lavoro che non si discosta molto dal percorso tracciato fin qui, che parte da un’anima apparentemente soul, che trova in realtà il proprio punto di forza in brani più scanzonati, fatti di incisi ariosi e cantabili, fruibili dall’ascoltatore medio, in una parola pop. Attenzione il termine non è qui usato in termine dispregiativo; e come si potrebbe? Mars ha mano sapiente nella scrittura ed il dispiego di produttori ed arrangiatori alla sua corte per il disco, che vanno, tra gli altri oltre, ai The Smeezingtons, già con lui nel precendete lavoro, a Marc Ronson, mentore del successo della grande Amy Winehouse, fino a Jeff Bhasker già al fianco di Alicia Keys per la bellissima “Try sleeping with a broken heart”, non poteva certamente fornire un risultato non degno. Il fatto però si ferma li… nel senso che questo “jukebox non ortodosso”, di originale ha forse solo il titolo. Lo stesso primo singolo,”Locked out of heaven”, per quanto trascinante, quasi godurioso, ed ovviamente un successo enorme, è in realtà un insieme di cose già sentite, dall’intro delle strofe vicinissimo alla già più volte saccheggiata “Spacer” degli Sheila & B-Devotion, praticamente storia solo grazie a quel brano, a quella sorta di fischietto in sottofondo costante, tirato fuori da un garage rimasto chiuso sin dagli anni 80. Altro potenziale successo potrebbe essere l’accattivante “Money make her smile”, ma anche qui l’originalità viene messa a dura prova dall’ utilizzo rallentato ( o dalla somiglianza quasi siamese ) di una base dei Daft punk, non citati per altro, ovvero la solita “Harder, better,faster, stronger”, sempre quella, utilizzata da tanti a più riprese. Bruno sale però in cattedra con le ballate, come in “When a was your man”, delicato passaggio essenziale per dare un’idea precisa del suo talento e che pare verrà estratta come prossimo singolo. Anche la conclusiva “If i knew”, per quanto breve inquadra il nostro anche in ambientazioni blues. Per il resto tra “Gorilla” che ricorrono ( ricorderete l’irriverente video di “The lazy song” ), trascurabili variazioni reggae come in “Show me”, ed omaggi celati al mito di Michael Jackson in “Treasure” o “Moonshine”, di cui pare attualmente esserne l’erede musicale principale, tenendo a distanza il poco prolifico Justin Timberlake ed il calante Ne-Yo, “Unorthodox jukebox”, scorre proprio come faceva la musica proveniente da quell’apparecchio che popolava i lidi al mare, in sottofondo, senza limitare il fare di chi viveva la sua estate tra bagnasciuga, sole e passioncelle estive. Bruno può fare di meglio.
Sei

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